Titta: «Essere fuori asse significa non chiedere il permesso di esistere. La musica trasforma il peso in libertà»

 


Dall'urgenza viscerale della scrittura all'incontro tra teatro, cantautorato ed estetica psico-punk: Titta si racconta a cuore aperto in questa intervista per Fiuta Notizie. Un dialogo intimo e lucido in cui la cantautrice riflette sul valore dell'autenticità contro le logiche degli algoritmi, sul potere catartico del palco e sul coraggio di abbracciare le proprie fragilità. Tra i ricordi che danno vita a brani intensi come Ostaggi, la genesi del nuovo singolo A Ruota Libera e la visione artistica del concept FUORI ASSE - Mappa celeste per stelle inclinate, emerge il ritratto di un'artista che sceglie di non omologarsi e di abbattere ogni barriera mentale, trasformando le emozioni più complesse in ponti di condivisione e riscatto.

Il tuo percorso fonde cantautorato, teatro, artiterapia ed estetica psico-punk: da dove nasce questa urgenza profonda di raccontarti e metterti a nudo attraverso le parole e la forma-canzone? 

La scrittura per me è un'urgenza, nel senso più letterale del termine. Ci sono momenti in cui sento che, se non scrivo, scoppio. Ho sempre vissuto le emozioni in maniera intensa, a volte persino ingombrante, e la canzone è diventata la mia forma preferita per contenerle: riesce a racchiudere qualcosa di enorme in una piccola bolla di parole e musica, trasformandolo in qualcosa di bello e, perché no, anche utile. Scrivere significa togliere un peso da dentro e portarlo fuori. E quando quel peso diventa parole, cambia forma, smette di essere soltanto un peso e diventa un'occasione per conoscersi, evolvere, crescere. Il teatro, il canto e la scrittura sono linguaggi diversi attraverso cui cerco, in fondo, la stessa cosa: trasformare ciò che sento, anche quando è troppo grande, ingombrante o difficile da gestire, in qualcosa che abbia una forma nuova, che possa diventare bello e magari persino utile. Perché in fondo forse questa è la parte più bella: quando una mia canzone arriva a qualcuno che, ascoltandola, si sente compreso e magari un po' meno solo. A quel punto abbiamo vinto entrambi. Io mi sono alleggerita, lui si è sentito meno solo. Insomma, comunque la metti, è un bellissimo affare!

Nei concerti la tua dimensione espressiva è viscerale e diretta: qual è il brano del tuo repertorio che senti più catartico o potente da portare dal vivo davanti al pubblico? 

Mi dicono spesso che quando mi esibisco tendo a dare "troppo". Non in termini di bravura, sia chiaro, ma di intensità emotiva. Alcuni colleghi e insegnanti mi hanno fatto notare che a volte metto nelle performance più emozione di quanta ne sarebbe necessaria. E probabilmente hanno ragione! Sto imparando che anche le emozioni hanno bisogno di misura, ma per me non è sempre facile: quando salgo su un palco è come se aprissi tutte le porte e le finestre contemporaneamente, lasciando uscire quello che ho dentro. Non sempre ci riesco come vorrei, ma cerco di non risparmiarmi mai. È il mio modo di vivere l'arte. Se devo scegliere un brano particolarmente catartico, direi "Ostaggi". È stata la prima canzone con cui ho capito davvero quanto la musica potesse trasformare il dolore in qualcosa di bello. È nata in un momento particolarmente difficile della mia vita, come uno sfogo, quasi una necessità. E oggi, quando la canto, non rivivo soltanto quel dolore: rivivo soprattutto la forza che ho trovato per attraversarlo. È una sensazione potentissima, perché sul palco posso permettermi di essere fragile e forte contemporaneamente, senza dover scegliere. E credo che sia proprio questa la magia della musica dal vivo: una storia profondamente personale smette di appartenere soltanto a chi l'ha scritta e diventa, per qualche minuto, un'emozione condivisa. E forse è proprio lì che avviene la vera catarsi.

Nel tuo manifesto artistico rivendichi l'essere "fuori asse" e il diritto di non doversi conformare: come osservi l'attuale panorama musicale italiano, diviso tra standardizzazione e ricerca di autenticità? Credi che il Festival di Sanremo sia ancora il palco centrale per chi fa musica oggi? 

Credo che oggi il panorama musicale italiano sia pieno di talento, ma anche di contraddizioni. Da una parte abbiamo una libertà espressiva e una possibilità di diffusione che fino a qualche anno fa erano impensabili, dall'altra mi sembra che spesso si finisca per inseguire ciò che funziona, ciò che piace agli algoritmi, ciò che è più facilmente vendibile. E il rischio è che, nel tentativo di essere riconoscibili, si finisca per assomigliarsi tutti. Per me essere "fuori asse" significa proprio questo: accettare di non essere necessariamente allineata alle aspettative, alle mode o persino a quello che il mercato vorrebbe da me. Non perché essere diversi sia un merito in sé, ma perché credo che l'autenticità abbia un valore che va oltre i numeri. Quanto a Sanremo, penso che rimanga una vetrina straordinaria, capace di dare una visibilità enorme a un artista. Sarebbe sciocco negarlo, e sarei ipocrita se dicessi che non mi piacerebbe salirci un giorno! Ma non credo che sia l'unico palco su cui si misuri il valore di un percorso musicale. La musica esiste anche lontano dai riflettori, nelle piccole realtà, nelle canzoni che magari raggiungono poche persone, ma arrivano esattamente dove devono arrivare. E per me anche quella è una forma di successo.

Da artista che ha costruito la propria identità tra palcoscenico teatrale, studio e gavetta reale, che visione hai dei talent show come scorciatoia o trampolino di lancio? 

Non credo che i talent show siano necessariamente una scorciatoia. Possono essere un trampolino di lancio straordinario, ma credo sia importante distinguere la visibilità dalla costruzione di una carriera. Un talent può accendere un riflettore su di te, ma poi devi essere capace di continuare a brillare anche quando quel riflettore si spegne. Io ho scelto, o forse semplicemente mi sono ritrovata a percorrere, una strada diversa, fatta di studio, tentativi, porte chiuse, qualche porta finalmente aperta e tanta, tantissima pazienza. Non sempre è facile, soprattutto quando hai la sensazione di essere partita in ritardo rispetto agli altri. Ma ogni esperienza, anche quelle apparentemente lontane dal successo, ha contribuito a costruire l'artista che sono oggi. Non penso che esista un percorso più nobile di un altro: esistono opportunità diverse e modi diversi di affrontarle. E se domani un talent rappresentasse un'occasione interessante per me, non la escluderei assolutamente, anzi. Credo però che il vero lavoro cominci quando finisce l'applauso, perché la visibilità può arrivare all'improvviso, mentre un'identità artistica richiede tempo, coraggio e una buona dose di testardaggine. E su quella, modestamente, sono abbastanza allenata!

Dall'approccio liberatorio di brani come "Neurodivertente" e "A metà strada" al concept di "FUORI ASSE": ci racconti la scintilla e la genesi del tuo ultimo singolo? 

Credo che ogni mia canzone nasca da qualcosa che sento il bisogno di raccontare, spesso per provare a cambiare prospettiva. "Neurodivertente", per esempio, nasce dal desiderio di guardare con ironia e leggerezza anche ciò che ci fa sentire complicati, fuori posto, difficili da incasellare. "A metà strada", invece, parla delle relazioni nell'età adulta, d'amore e d'amicizia, e della consapevolezza che volersi bene, da solo, non basta: bisogna scegliersi, venirsi incontro ogni giorno e soprattutto farlo in due. Il mio prossimo singolo, "A Ruota Libera", in uscita il 13 novembre, nasce invece da un'amicizia speciale, quella con Elisa, a cui è dedicato il brano e che sarà anche protagonista del videoclip insieme a me. Elisa vive in carrozzina e ogni giorno incontra barriere architettoniche, io le dico sempre "non so come fai a non lamentarti mai, te che basta doverti infilare i calzini per scatenare un nervoso decisamente giustificato". Spesso però le barriere più difficili da superare non sono quelle fatte di cemento ma le barriere mentali delle altre persone. Per esempio, a gennaio 2026 siamo partite insieme per l'Egitto e, prima del viaggio, ci era stato detto proprio dalle persone dell'agenzia, che non era un Paese adatto a una persona in carrozzina. E invece è stata una delle esperienze più inclusive che abbiamo vissuto insieme. Dove esisteva una barriera architettonica, spesso arrivava una mano tesa a superarla. Elisa ha fatto snorkeling, diving, ha vissuto esperienze che qualcuno aveva già deciso non fossero alla sua portata. Tutto questo grazie anche a una guida straordinaria, che oggi è il mio compagno, ma anche a tante altre persone meravigliose incontrate lungo il viaggio, che non ci hanno mai fatte sentire un problema, ma semplicemente parte dell'avventura. Ecco, "A Ruota Libera" nasce proprio da questa consapevolezza: a volte il limite più grande non è quello che abbiamo davanti, ma quello che qualcun altro ha già immaginato per noi e che noi abbiamo deciso di accettare. Ed è anche il senso di "FUORI ASSE - Mappa celeste per stelle inclinate": raccontare storie che ci invitino a cambiare prospettiva, perché forse non siamo noi a essere fuori asse. Forse è semplicemente la mappa che va ridisegnata.

Per un'artista che fa della musica uno spazio di incontro e riflessione, quali sono i tre dischi che non possono assolutamente mancare nella tua valigia di vita e di viaggio? 

Oddio, soltanto tre? Questa è una domanda cattivissima per una persona che vive di musica! Il primo sarebbe sicuramente "A Night at the Opera" dei Queen. Un album che per me rappresenta la libertà creativa allo stato puro: generi che si mescolano, teatralità, sperimentazione e quella meravigliosa capacità di essere eccessivi senza chiedere scusa a nessuno. Insomma, un po' tutto quello che amo dell'arte! Il secondo è "Pianeti" di Ultimo, perché rappresenta un'altra dimensione della musica che sento molto vicina: quella delle emozioni raccontate senza troppi filtri, delle fragilità che diventano parole e melodie capaci di arrivare dritte allo stomaco. E infine "Born This Way" di Lady Gaga, che è praticamente un manifesto di libertà, identità e accettazione di sé. Un disco che ti ricorda che non devi necessariamente cambiare per trovare il tuo posto nel mondo. A pensarci bene, sono tre album molto diversi, ma hanno qualcosa in comune: non chiedono il permesso di essere ciò che sono. E forse è proprio per questo che li porterei con me. In fondo, mi sa che anche la mia valigia è un po' fuori asse!
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