Relief, intervista alla band: il nuovo singolo “Small Talking” tra ironia e sperimentazione


Con “Small Talking”, i Relief raccontano con ironia la difficoltà di partecipare alle conversazioni di circostanza, accompagnando il testo con sonorità pop rock e influenze beat.
La band parla della nascita del brano, delle diverse personalità dei suoi componenti e del videoclip volutamente surreale, soffermandosi anche sull'importanza dell'ironia e della sperimentazione nei prossimi progetti.

“Small Talking” affronta un piccolo disagio quotidiano con molta ironia. Quanto vi rappresenta questo modo di raccontare le cose?
Ci rappresenta parecchio: ci piace prendere una cosa che può essere frustrante o persino un po’ dolorosa e guardarla da un’angolazione talmente assurda da riuscire a riderci sopra. In questo caso, il disagio è molto quotidiano, ma quando provi a raccontarlo diventa quasi una questione esistenziale.
In fondo, l’ironia è un modo per parlare di cose serie senza dover per forza mettersi in posa da persone serie. E poi, diciamolo, se non riusciamo a ridere delle nostre stranezze, siamo messi male.

Nella vita di tutti i giorni siete persone che amano chiacchierare oppure preferite osservare quello che succede intorno a voi?
Diciamo che nel gruppo siamo abbastanza democratici: abbiamo Leonardo, che chiacchiera molto, fa battute anche quando non ce n’è bisogno e cerca di stemperare qualsiasi situazione; Lorenzo, che mantiene una posizione piuttosto neutrale; e Polly, che se non viene interpellato può tranquillamente contribuire al silenzio collettivo.
Per Polly, lo small talking è un’attività che potrebbe serenamente non essere mai stata inventata. Non è che non ci interessino le persone: è proprio che trovare qualcosa da dire tanto per riempire un silenzio può risultare più faticoso che utile. Per fortuna c’è Leonardo, che può sostenere una conversazione anche da solo, se necessario.

La canzone racconta una mente che si lascia distrarre da particolari apparentemente insignificanti. Vi succede anche quando scrivete musica?
Paradossalmente, molto meno. Quando lavoriamo alla musica entriamo in una specie di iperfocus: se c’è un’idea che ci interessa, possiamo passarci sopra ore, analizzarla, modificarla e inseguirla fino a quando non ci convince.
La socialità è molto più imprevedibile: devi interpretare segnali, capire quando intervenire e trovare qualcosa da dire. In studio, invece, abbiamo un obiettivo concreto. Possiamo discutere per mezz’ora di una singola nota o di un suono, ma almeno sappiamo perché siamo lì.
Quindi sì, possiamo distrarci per dettagli minuscoli, ma se quel dettaglio è musicale rischia di diventare il centro dell’universo per tutto il pomeriggio.

Il brano ha un sound leggero e immediato, mentre il testo racconta una sensazione di estraneità. Come avete lavorato per mettere insieme questi due aspetti?
Il brano nasce da un lavoro di Christian Nevoni, un amico di Polly, che aveva un’idea di partenza diversa. Rielaborandolo, abbiamo visto la possibilità di raccontare un disagio piuttosto serio attraverso un linguaggio ironico e un arrangiamento leggero, quasi spensierato.
Polly ha riscritto il testo partendo dalle proprie esperienze sull’argomento, cercando un contrasto tra quello che si racconta e il modo in cui lo si racconta. Musicalmente ci piaceva l’idea di un suono molto beat, con riferimenti ai Beach Boys e ai Beatles: melodie immediate, armonie vocali e un’energia che ti fa venire voglia di cantare anche quando il testo sta parlando di qualcosa che ti mette a disagio.
Ci piace quando una canzone funziona su due livelli: puoi ascoltarla e divertirti, ma magari, prestando attenzione alle parole, ti accorgi che sta parlando anche di te.

Nel videoclip avete scelto un’estetica volutamente esagerata. C’è qualche scena che ancora oggi vi fa ridere quando la riguardate?
La risposta più onesta è che ci fa ridere quasi tutto. Il videoclip è stato realizzato con uno spirito volutamente esagerato e un’estetica che potremmo definire, con grande orgoglio, poco compatibile con qualsiasi aspettativa di eleganza.
Ci piaceva l’idea di non prendere troppo sul serio neanche la parte visiva del progetto: immagini assurde, situazioni improbabili e dettagli che sembrano usciti da una catena di messaggi WhatsApp di uno zio particolarmente ispirato. 
Il bello è che non abbiamo dovuto sforzarci troppo per renderlo ridicolo: in molti momenti è bastato assecondare le idee che ci venivano. E forse è proprio questo che ci diverte di più.

Quanto spazio volete lasciare all’ironia e alla sperimentazione nei vostri prossimi lavori?
Molto. Per noi l’ironia non è soltanto un modo per alleggerire un testo, ma anche una prospettiva da cui osservare le cose. Ci interessa parlare di situazioni reali, anche scomode, senza sentirci obbligati a trattarle sempre con solennità.
Allo stesso tempo, non vogliamo trasformare l’ironia in una formula da ripetere a ogni costo. Ci piace sperimentare con i suoni, gli arrangiamenti e il modo di raccontare le storie, cercando ogni volta la forma più adatta al brano.
L’obiettivo è continuare a fare musica che ci somigli, anche quando questo significa mettere insieme elementi apparentemente incompatibili. Se poi, mentre cerchiamo di dire qualcosa di serio, ci scappa una stupidaggine, probabilmente la terremo.


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