L'evoluzione di un chitarrista rock Dario Distasi si racconta tra l'energia del palco e la sfida di City girl


Passare dalla chitarra pura alla forma-canzone mantenendo intatta un'attitudine rock, pesante e indipendente. Dopo la gavetta vera nei locali d'oltremanica e importanti traguardi come la finale di Open Mic UK, Dario Distasi continua ad aggiungere piani di lettura e interpretazione al suo repertorio, cercando una costante evoluzione. Dai microfoni di Fiuta Notizie, l'artista ci porta dietro le quinte della sua musica, svelandoci qual è il brano che preferisce in assoluto suonare dal vivo per far esplodere gli amplificatori e come sia nata la metamorfosi impulsiva e minimale che ha dato vita a City girl.

Hai suonato per anni nelle band come autore principale prima di scegliere la carriera solista e decidere di scrivere esclusivamente in inglese, tanto da unire il tuo cognome per renderlo più immediato all'estero. Come nasce questa urgenza e questa voglia di proporti al pubblico in modo così autentico e internazionale, senza filtri o barriere linguistiche?
La scelta di modificare il mio nome artista è nata durante una serata in uno dei locali più importanti di Manchester, il Rebellion. Ho pensato: “se ha funzionato per Joey DiMaggio, perché non provare?”.
In realtà ho sempre scritto in inglese, sin da quando ero un ragazzino. Ho assorbito molti stimoli e input e deciso che quella linguaz che mi piaceva tanto, mi sarebbe servita anche per la mia musica. Scrivere in italiano… vorrei provarci seriamente, prima o poi.

Da chitarrista rock, fusion e hard-heavy che ama visceralmente la forma-canzone: qual è il pezzo della tua discografia – o magari una potentissima cover rock – che preferisci in assoluto suonare dal vivo per far esplodere l'amplificatore?
Sto cercando di aggiungere piani di lettura e interpretazione completamente diversi tra loro al mio repertorio; è qualcosa che amo fare.
Quando si parla di rock e dell'interazione col pubblico che regala, il mio brano preferito da suonare è When The Nights Go Down dall’EP Letting Go del 2019.

Tu hai un respiro fortemente internazionale, avendo vissuto per cinque anni la scena live di Manchester. Come giudichi l'attuale panorama della canzone italiana? Pensi che il Festival di Sanremo, con le sue dinamiche, sia ancora il palcoscenico rock e artistico più importante o l'estero offre stimoli diversi?
Manchester ha una cultura della musica live incredibile. Il supporto e la partecipazione dell’audience alle esibizioni degli artisti emergenti è qualcosa di incredibile.
Sanremo offre uno spettacolo pensato per essere a tutto tondo: mi piacerebbe ci si trovasse più spesso dentro della buona musica.

Hai vissuto la gavetta vera dei locali britannici arrivando in finale a Open Mic UK. Che ne pensi dei Talent Show televisivi come trampolino di lancio? Credi che per un musicista con un background solido e un'attitudine rock e indipendente possano essere una reale opportunità o una gabbia?
Open Mic UK era qualcosa di diverso rispetto al solito contest. Premiava l'originalità, lo stile, la scrittura. Vedo troppe fotocopie, spesso musicisti bravissimi ma che devono entrare in un format anche contro la propria identità.

Ci racconti la genesi del tuo nuovo singolo "City girl"? È vero che è nato in modo totalmente istintivo, giocando con ritmi e suoni per lanciare una sfida a te stesso e scoprirti in una veste completamente nuova?
Assolutamente. La sfida che ho lanciato a me stesso, riguardo ai singoli che la mia etichetta sta pubblicando, era quella di scrivere cose diverse tra loro e che mi rendessero completamente soddisfatto del risultato. Con City Girl, mi sono visto impulsivo, diretto, meno elaborato.

Se dovessi fare i bagagli adesso per un lungo viaggio alla ricerca di nuova ispirazione: quali sono i tre dischi rock, grunge o cantautorali che hanno segnato la tua vita e che non potrebbero mai mancare nella tua valigia?
Solo tre? Crudele…
Alter Bridge - Blackbird
Nirvana - Nevermind
Jeff Buckley - Grace
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