Con il nuovo singolo “In fin dei conti”, Lorenz Castelli affronta il tema dell'onestà nei rapporti umani, soffermandosi sulle conseguenze delle bugie, delle delusioni e della mancanza di responsabilità emotiva.
Il cantautore racconta quanto possa essere difficile rimanere fedeli ai propri valori quando ci si confronta con comportamenti ambigui, individualismo e fiducia tradita. Il brano, però, non cerca colpevoli né vuole stabilire chi abbia ragione o torto. Al centro c'è piuttosto la necessità di accettare la fine di un rapporto senza perdere la propria dignità e senza lasciare che la delusione si trasformi in cinismo.
In questa intervista, Lorenz Castelli approfondisce il significato di “In fin dei conti”, raccontando il valore che attribuisce alla sincerità, il ruolo della musica nell'elaborazione delle esperienze personali e l'importanza di imparare a lasciar andare senza rinunciare a se stessi.
Nel brano contrapponi l’onestà a dinamiche come individualismo, rivalsa e menzogna. Da quale osservazione nasce questa riflessione?
Nasce da un'attenta e disincantata osservazione della società in cui viviamo, dove sembra che la responsabilità emotiva sia diventata un peso di cui liberarsi il prima possibile. Guardandomi intorno, e ascoltando le esperienze di molte persone, mi rendo conto di come i rapporti umani vengano sempre più spesso consumati e gettati via alla prima difficoltà, prediligendo la menzogna o la sparizione silenziosa al confronto adulto. C'è un individualismo dilagante che spinge a tutelare solo il proprio ego, calpestando la sensibilità di chi si ha di fronte pur di non ammettere le proprie colpe. In fin dei conti è la fotografia di questa tendenza: la menzogna e la rivalsa sono scappatoie per chi non ha il coraggio di guardarsi dentro. L'onestà, al contrario, richiede una spina dorsale solida. Ho voluto mettere in musica questo contrasto per sottolineare che scegliere la verità, anche quando fa male o chiude un capitolo importante della nostra vita, resta l'unico vero atto di rispetto verso noi stessi e verso l'altra persona.
Essere trasparenti viene spesso considerato un valore, ma può anche esporre maggiormente alle delusioni. Come vivi questa contraddizione?
È un paradosso con cui faccio i conti ogni giorno, sia come uomo che come cantautore. Essere aperti, empatici e trasparenti ti trasforma inevitabilmente in un bersaglio più facile per chi è abituato a muoversi nell'ombra delle mezze verità. Quando ti mostri per quello che sei, senza filtri, offri il fianco a chi, non avendo la tua stessa onestà intellettuale, finisce per usarti come specchio dei propri limiti emotivi per poi scappare. Nonostante questa forte esposizione al rischio della delusione, vivo questa contraddizione con assoluta fermezza: preferisco mille volte bruciarmi per essermi esposto troppo, piuttosto che vivere una vita tiepida, cinica e anestetizzata. Chiudermi a riccio per paura di soffrire significherebbe tradire la mia vera natura e, di riflesso, sterilizzare la mia musica. Se perdessi la mia vulnerabilità, le mie canzoni diventerebbero plastica. La trasparenza non è una debolezza, è un filtro potentissimo che, alla lunga, allontana chi non è in grado di sostenere il peso di una relazione autentica.
Dopo un tradimento della fiducia, come si evita di trasformare il disincanto in cinismo?
Il cinismo è la scorciatoia di chi si arrende; è il veleno che decidi di bere sperando che a morire sia l'altro. Per evitarlo, bisogna compiere un profondo e faticoso lavoro di autocoscienza, spostando immediatamente il focus dalla persona che ci ha ferito a noi stessi. Quando la fiducia viene tradita, si alza quella che chiamo una "febbre emotiva", un dolore acuto che richiede tempo per essere metabolizzato. Se lasci che quel dolore ristagni, si incancrenisce in cinismo. Io scelgo di incanalare questa energia oscura in un processo proattivo e luminoso. La musica, per me, è il catalizzatore perfetto: prendo la delusione, la smonto, la suono e la trasformo in consapevolezza. Ma è un percorso valido per chiunque: lo sport, il lavoro, i veri amici, le nuove passioni sono tutti strumenti per non farsi inaridire. Il segreto è imparare dagli errori senza cadere nella trappola di ripeterli o di farli pagare al prossimo. Trasformare il male ricevuto in un'occasione di crescita personale è il vero trionfo sul cinismo.
Quanto è difficile restare fedeli ai propri principi quando si ha la sensazione che gli altri non facciano altrettanto?
È una delle sfide psicologiche più logoranti del nostro tempo. Oggi viviamo una distorsione sociale evidente: spesso si vedono persone emotivamente equilibrate, sane e ricche di principi, ritrovarsi messe da parte o single, mentre individui che portano avanti dinamiche tossiche, ambigue e opportuniste saltano agilmente da una relazione all'altra. Questo paradosso può generare una fortissima frustrazione e la tentazione di abbassare i propri standard per "adeguarsi" al livello generale è forte. Eppure, scendere a compromessi con i propri valori fondamentali equivarrebbe a un vero e proprio suicidio identitario. Restare fedeli a se stessi richiede uno sforzo enorme, ma è l'unica via per mantenere intatta la propria dignità. Personalmente, preferisco camminare da solo con la schiena dritta e la coscienza pulita, continuando a fare il mio pop-rock con energia e verità, piuttosto che circondarmi di relazioni di facciata che si sbriciolano alla prima difficoltà. La fedeltà ai propri principi paga sempre, perché ti fa da scudo contro chi cerca di trascinarti nel proprio malessere.
Nel testo non cerchi di stabilire chi abbia ragione o torto. Quanto era importante evitare questa impostazione?
Era fondamentale ed è stata la bussola che ha guidato tutta la stesura del brano. Trasformare la fine di una relazione, di qualunque natura essa sia, in un'aula di tribunale per stabilire colpe e ragioni è un esercizio tossico ed estenuante. Quando si viene feriti, la mente cerca disperatamente un colpevole per placare l'ansia, ma puntare il dito non accelera la guarigione, anzi, ti tiene ancorato al passato e alla persona che ti ha deluso. In fin dei conti doveva essere un inno alla liberazione, non una banale canzone di rivalsa. Evitando di ergermi a giudice, ho voluto raccontare l'essenza dell'accettazione: a volte non c'è un perché razionale ai comportamenti altrui, specialmente quando l'altro sceglie di nascondersi nella codardia. Lasciare andare l'ossessione del torto e della ragione significa smettere di pretendere risposte da chi non ne ha, riappropriandosi del proprio presente per costruire un futuro migliore, più leggeri e infinitamente più maturi.
Che cosa significa oggi, per te, riuscire a conservare la propria dignità dentro una relazione?
Oggi la dignità relazionale coincide con la capacità di stabilire dei confini sani e di educarsi tanto all'incontro quanto al distacco. Conservare la propria dignità significa non annullarsi mai per compiacere l'altro, mantenere viva la propria individualità e, soprattutto, esigere chiarezza. Purtroppo viviamo in un contesto in cui si è perso il concetto di "percorso per lasciarsi": si fa di tutto per stare insieme, ma quando le cose finiscono si ricorre al ghosting, alle bugie o a dinamiche possessive che sfociano in tragedie o inutili vendette. La dignità, per me, si manifesta nel coraggio di affrontare la verità, di dire le cose in faccia con fermezza e rispetto per la vita altrui. Significa capire quando è il momento di chiudere una porta senza elemosinare attenzioni da chi non sa darle. Riuscire a non perdere se stessi, affrontando la fine di un rapporto con la stessa integrità con cui lo si è iniziato, è la forma più alta e luminosa di rispetto umano.
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