“Lorazepam” non è rimasta uguale a come era stata pensata all’inizio. Il testo dei CTRL+Z è cambiato più volte, passando da un unico racconto a una scrittura fatta di immagini, dettagli e suggestioni provenienti da esperienze diverse.
Un processo di sottrazione, più che di aggiunta, che racconta anche il metodo di lavoro della band: provare, confrontarsi e rimettere continuamente in discussione le idee. Ne parliamo con i CTRL+Z, entrando nel processo creativo che ha dato forma al nuovo singolo.
Come si è trasformato il testo di “Lorazepam” dalla prima stesura alla versione che ascoltiamo oggi?
È mutato completamente. Sono pochissime le parti del testo rimaste invariate dall’inizio alla fine (a memoria direi tre barre sono rimaste invariate). Inizialmente era un unico racconto poi se ne sono mischiati altri e tutto piano piano è cambiato.
Il coinvolgimento di altre esperienze vi ha portato a riscrivere parti che inizialmente erano molto personali?
Pensiamo che siano rimaste molto personali. Il lavoro fatto intorno alla canzone non è stato tanto di” aggiunta” bensì di “riduzione”. Questo significa che quanto riportato nella canzone non si scosta dall’esperienza singola ma ne racchiude quei dettagli, quei momenti, che ricorrevano in tutte le storie anche se con sfumature diverse.
Quando più persone contribuiscono indirettamente a una storia, come si riesce a mantenere una voce narrativa coerente?
Noi scriviamo molto per immagini. I nostri testi nascono da istantanee mentali, momenti bloccati nel tempo e di cui poi raccontiamo tutti i dettagli ed anche la storia che ha portato i protagonisti li. Con Lorazepam semplicemente le istantanee si modificavano con l’aggiungersi delle voci. Qualche dettaglio si sfumava un po’, qualcun altro entrava più nel fuoco. Compare un telefono sul comodino, vicino al tubetto con le pasticche, svanisce un cuscino stropicciato al fianco di quello del protagonista e così via… Quando si ha l’immagine definitiva si racconta così come la si vede. In questo modo non si hanno problemi di coerenza.
Nella scrittura avete privilegiato immagini molto concrete oppure avete lasciato spazio anche a passaggi più simbolici?
Abbiamo privilegiato immagini concrete ma poi abbiamo volutamente lasciato cadere qualche frase qui e li che può essere interpretata. Quelle frasi sono i punti bui, quelli in cui in tutti i racconti si faceva fatica a capire i rapporti di causa/effetto o dove primeggia la confusione. Lasciarli cadere, qui e li, in mezzo alle istantanee ci è venuto molto naturale.
Ci sono parole o immagini che avete deciso di eliminare perché rendevano il racconto troppo diretto?
No, abbiamo cambiato molte parti ma solamente per le meccaniche di riduzione di cui parlavamo prima. Per il resto essere troppo diretti non è mai stata una cosa che ci ha preoccupato tuttavia se si vuole un brano più “universale” non lo si può essere.
Rispetto ai vostri primi brani, cosa è cambiato nel vostro modo di scrivere insieme?
Non molto in realtà. Su questo abbiamo trovato un equilibrio fin da subito. Ognuno scrive e compone per il proprio strumento, poi ci si contamina a vicenda solitamente andando anche per tentativi. Siamo musicisti e persone molto diverse quindi niente è “buona la prima”. Si prova seguendo a giro l’intuizione di tutti e poi si capisce cosa trasmette meglio quello che vogliamo. Riguardo ai testi, essendo il suo strumento, è la voce a scrivere il testo e poi tutti insieme si valutano metriche, intonazioni e voice leading. Poi si discute del testo ed ognuno propone qualche modifica che si discute tutti insieme. Così si procede strumento per strumento. Sicuramente è un processo più lungo rispetto a molte altre band ma ci diverte e ci forza ad andare oltre le nostre zone di comfort e creare qualcosa di nuovo ogni volta.
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