Dall'emozione di toccare i tasti del pianoforte a soli sei anni alla matura consapevolezza d'autore, il percorso di Massimo De Simone è una ricerca artistica continua tra pianobar, musical, grandi palchi teatrali e ricerca sonora. Con il lancio del nuovo singolo "Terrastronave", il cantautore dà vita a un vero e proprio corto circuito tra la grande melodia italiana, le frequenze dell'elettronica e suggestioni cosmiche, rivendicando con forza la necessità di prendersi il tempo dell'ascolto contro la frenesia del mercato discografico attuale. In questa intervista esclusiva per Fiuta Notizie, Massimo De Simone si racconta senza filtri: dalla passione viscerale per De André alla critica alla "tirannia dello skip", fino all'auspicio di ritrovare il coraggio di osare anche su palchi come quello di Sanremo.
Il pianoforte è il tuo compagno di vita da quando avevi appena sei anni, ma la tua carriera si è mossa tra pianobar, grandi teatri e musical complessi. Come nasce in te, dopo oltre vent'anni di percorso live, la voglia di continuare a proporre te stesso e la tua evoluzione interiore attraverso la forma-canzone?
Quando inizi a mettere le mani sui tasti bianchi e neri a soli sei anni, il pianoforte diventa una vera e propria estensione del cuore e del respiro.
Il Pianobar mi ha insegnato, il contatto diretto con le persone.
Il Musical mi ha dato la disciplina, il rigore e la magia della narrazione collettiva.
Il Teatro mi ha regalato la vertigine dello spazio, l’importanza dell'acustica e del silenzio.
La canzone è come una istantanea: cattura esattamente l'essenza di quel preciso istante della tua vita, in cui senti il bisogno di esprimere uno specifico messaggio riferito a quel momento. Ancora oggi sento il desiderio di comunicare costantemente, e la canzone è la forma più immediata.
Guardando alla tua lunghissima esperienza dal vivo e alla complessità dei tuoi lavori, c'è un brano in particolare – tuo o della grande tradizione – che ami più di tutti suonare e che senti vibrare in modo speciale sotto le dita?
Ce ne sarebbero molti, ma se proprio devo scegliere: "Il suonatore Jones" di Fabrizio De André. Perché? Ecco il perché:
"Finii con i campi alle ortiche, finii con un flauto spezzato / e un ridere rauco, e ricordi tanti, e nemmeno un rimpianto."
Non devo aggiungere altro alle parole del Maestro. Eleganza armonica, dignità ed eleganza delle progressioni. È lo spirito puro di chi scrive musica per necessità, per pura urgenza vitale, e non per il successo.
"Terrastronave" unisce la grande melodia italiana a sonorità internazionali e synth spaziali. Come giudichi l'attuale panorama della canzone italiana? Pensi che Sanremo, con le sue dinamiche attuali, possa ancora essere un palcoscenico adatto a proposte indipendenti, stratificate e fuori dagli schemi come la tua?
L'odierno mercato discografico, dominato dagli algoritmi e da una fruizione mordi-e-fuggi, penalizza sempre più la profondità d'ascolto. Di contro, l'underground pullula di talento indipendente che tuttavia fatica a valicare i rigidi filtri del mainstream. In questo scenario, anche Sanremo tende a premiare l'impatto immediato delle hit, rendendo impervia la strada per i progetti musicalmente complessi.
Eppure, portare un brano stratificato sul palco dell'Ariston potrebbe innescare un effetto di rottura tanto potente quanto necessario. Per questo motivo, non esiterei a presentare "Terrastronave" al Festival senza scendere ad alcun compromesso. Ho piena fiducia nella maturità del pubblico e sono fermamente convinto che oggi, più che del mio singolo nello specifico, il panorama musicale abbia disperatamente bisogno di canzoni che ritrovino il coraggio di osare.
Nelle tue note di produzione critichi la "tirannia dello skip" e la fretta del mercato discografico. Che ne pensi dei Talent Show come trampolino di lancio? Possono coesistere con una vocazione artistica che mette la libertà creativa e il tempo dell'immersione davanti alle formule standardizzate?
Rispetto molto i talent show: sono una vetrina innegabilmente formidabile e offrono a molti giovani l'opportunità reale di farsi ascoltare.
Tuttavia, le loro logiche televisive esigono necessariamente sintesi e un impatto immediato, elementi che per natura faticano a convivere con i tempi lenti richiesti da una composizione più stratificata. La coesistenza tra questi format e la totale libertà creativa non è impossibile, ma richiede all'artista un'identità già d'acciaio. Il rischio, altrimenti, è quello di finire per adattare la propria vocazione alle esigenze del contenitore televisivo, sacrificando la profondità e il respiro dell'opera pur di non essere "skippati".
Il 10 luglio è uscito il tuo nuovo singolo, "Terrastronave". Ci racconti la genesi di questo brano così ambizioso e come siete riusciti in studio a creare questo cortocircuito sensoriale tra cantautorato ed elettronica?
La genesi nasce dalla consapevolezza di una illusione percettiva: viviamo simultaneamente in più dimensioni, ma la nostra mente agisce come un "algoritmo" o un sistema operativo che ci nasconde questa immensità, filtrando la realtà per renderla gestibile.
In studio abbiamo cercato di forzare questo filtro, effettuando un hacking musicale utilizzando frequenze nascoste e strati sonori profondi, nella produzione delle sonorità e nel mix per evocare l'esistenza di queste dimensioni parallele a cui siamo ciechi.
Aprendo questa breccia percettiva, ho compreso che la Terra non è un frammento di roccia alla deriva, ma una vera e propria astronave viva e organica, in viaggio verso una destinazione cosmica fondamentale e ancora segreta.
In questa prospettiva, l’esistenza si apre all’infinito. L'umanità intera è in viaggio verso l'eternità, in una corsa a dorso di luci e atomi nella quale siamo destinati a scoprire – e poi insegnare – forme d'amore ancora sconosciute.
Tu che spazi dal rock classico alla musica per immagini fino alla scienza cantata: quali sono i tre dischi che hanno segnato la tua formazione e che non potrebbero mai mancare nella tua valigia?
Nella mia valigia non potrebbero assolutamente mancare:
The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd: la sintesi perfetta tra rock classico e suggestioni cosmiche.
Blade Runner (Colonna Sonora) di Vangelis: il capolavoro assoluto e insuperabile della musica per immagini.
La voce del padrone di Franco Battiato: l'esempio supremo di come l'intelletto, la filosofia e la scienza possano farsi canzone.
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