Ciaro: “Brutte Abitudini” e i loop mentali che ci tengono fermi


In Brutte Abitudini, Ciaro mette in musica quei cerchi mentali da cui sembra impossibile uscire. Un indie pop che alterna introspezione e slancio emotivo, trasformando paura e confusione in un invito a guardare la realtà da un’altra angolazione.

Come nasce questa passione, questa voglia di proporre te stessa alla gente attraverso la musica e i tuoi testi? 
Questa passione nasce in modo molto naturale, perché la musica è sempre stata parte di me. Un’esigenza profonda, qualcosa che chiedeva solo di essere manifestata e vissuta, senza forzature.
All’inizio la timidezza è stata un limite, soprattutto nel propormi e nel mettermi davanti agli altri. Ma una volta fatto i conti con quella parte di me, tutto è andato da sé. È come se, superata quella barriera, avessi finalmente trovato lo spazio per esprimermi davvero. Da lì ho iniziato a raccontarmi attraverso la musica e i testi, e in quel momento posso dire di essere sbocciata: non solo come artista, ma anche come persona.

Guardando il tuo percorso artistico, c'è stato un momento preciso in cui hai capito che la tua voce doveva diventare un "dialogo aperto" con il pubblico? 
Sì, c’è stato un momento molto preciso, ed è stato la prima volta che sono salita su un palco. Quella esperienza è stata una vera e propria rivelazione. In quell’istante ho capito che la mia voce non era solo uno strumento per cantare, ma poteva diventare un dialogo aperto con chi mi stava davanti. Salire su quel palco è stata la riprova completa di qualcosa che avevo dentro ma che forse non conoscevo ancora fino in fondo. Attraverso lo sguardo e l’ascolto del pubblico ho iniziato a riconoscere parti di me stessa, a capire che quello scambio di emozioni era reale, necessario, vivo. È lì che ho compreso che la musica non era solo espressione personale, ma condivisione, incontro, comunicazione profonda. Da quel momento ho sentito che il mio percorso avrebbe avuto senso solo mantenendo aperto quel dialogo, canzone dopo canzone.

Qual è la tua canzone preferita che ti piace di più suonare? 
Non ho una canzone che definisco davvero preferita, perché per come la vedo io le canzoni vanno a momenti. Ogni brano porta con sé un’emozione diversa e, a seconda di quello che sento e di ciò che sto vivendo, mi ritrovo a dirigermi verso una canzone piuttosto che un’altra. Ci sono periodi in cui ho bisogno di cantare qualcosa di più intimo, altri in cui sento l’esigenza di energia o di leggerezza. È il mio stato d’animo a scegliere per me, ed è proprio questo che rende ogni esecuzione diversa e sempre autentica.

Tra i brani che hai prodotto ce n'è uno che senti più "tuo" quando sei sul palco? 
Come spiegavo in precedenza, sono soprattutto le emozioni, ciò che provo in quel momento, a guidarmi quando sono sul palco. Non c’è un brano che sento più “mio” in assoluto, perché tutto dipende da quello che sto vivendo e da come mi sento mentre canto. Partendo però dal presupposto che ciò che nasce dalla mia penna è sempre più mio, ogni canzone ha una parte profonda di me dentro. Sul palco quel legame cambia di volta in volta, si rinnova, e ogni brano può diventare quello giusto in base all’emozione che sto attraversando in quell’istante.

Come giudichi il panorama della musica italiana? 
Il panorama della musica italiana lo vedo molto vario e vivace, ricco di talenti e di proposte nuove, ma anche in continua trasformazione. Ci sono artisti che riescono a raccontare storie autentiche, con uno sguardo personale e originale, e questo è davvero stimolante.
 
Allo stesso tempo, noto che spesso ci si concentra molto su formule già consolidate, su mode e trend, e a volte questo può rischiare di appiattire la creatività. Per me, la sfida e l’opportunità stanno nel riuscire a trovare la propria voce unica, raccontare qualcosa di vero e personale, e allo stesso tempo restare aperti a nuove influenze e sperimentazioni. In generale, credo che la musica italiana abbia una grande ricchezza emotiva e culturale.

Il Festival di Sanremo è ancora il palcoscenico più importante per gli artisti? 
Sicuramente il Festival di Sanremo è storia: è un punto di riferimento per la musica italiana e un palcoscenico a cui, fondamentalmente, tutti gli artisti ambiscono almeno una volta nella vita. Detto questo, non è l’unica strada per farsi conoscere o per esprimere la propria musica. Oggi ci sono moltissime possibilità di arrivare al pubblico, creare un’identità artistica e costruire un percorso solido anche al di fuori dei grandi eventi istituzionali. Sanremo resta importante, ma la musica vive anche altrove, in modi nuovi e personali.

Avendo vissuto l'esperienza della Finale di Area Sanremo nel 2019/2020, quanto pensi che quel palco influenzi ancora la carriera di una cantautrice oggi? 
L’eco di una manifestazione così importante aiuta moltissimo: è un palco che dà visibilità, credibilità e la possibilità di farsi notare. Sicuramente ha un impatto positivo e può aprire molte porte. Detto questo, oggi ci sono tantissimi altri modi per ritagliarsi uno spazio e far conoscere la propria musica. La chiave è riuscire a raccontare qualcosa di autentico, costruire un percorso coerente e trovare il pubblico giusto, anche al di fuori dei grandi palcoscenici istituzionali.

Che ne pensi dei Talent Show come trampolino di lancio? Credi che la tua strada - fatta di collaborazioni importanti e progetti indipendenti come "Almae Music"- offra una libertà creativa diversa rispetto ai format televisivi? 
Credo che oggi i talent show stiano spostando molto l’attenzione più sul personaggio che sull’arte in sé, e personalmente non credo che questo non sia produttivo. Spesso noto una maggiore voglia di cercare scorciatoie e di apparire, più che di costruire un percorso solido e duraturo. Vorrei che ci fosse un trattamento più paritario tra chi esce da un talent televisivo e chi cerca di emergere facendo affidamento sul duro lavoro, la dedizione e la costanza: credo che entrambi meritino di essere valorizzati, ma con equità e rispetto per l’impegno profuso. Io ho costruito la realtà “Almae Music” assieme ai miei colleghi Giacomo Bertozzini e Francesca Pogliano proprio per dare agli artisti l’opportunità di fare un percorso sano, circondati da figure che li sostengano e che offrano loro la possibilità di seguire una strada con solide basi, per affrontare il futuro con sicurezza. Una strada dove sentirsi davvero se stessi e liberi di esprimere il proprio mondo interiore, senza compromessi.

Ci racconti la genesi del tuo nuovo singolo "Brutte Abitudini”? 
Il brano “Brutte Abitudini” è nato dall’esigenza di fare i conti con la vita, di fermarmi a guardare dentro me stessa e confrontarmi con il mio percorso. È un vero e proprio dialogo interiore, un confronto tra ciò che sono stata, ciò che sto vivendo e ciò che voglio diventare.
Durante questo processo ho riscoperto la bellezza delle difficoltà, quei momenti che all’apparenza sembrano ostacoli ma che in realtà ci aiutano a crescere, a comprendere meglio noi stessi e a trovare nuove strade, nuove opportunità. La canzone racconta proprio questo: scoprire nel buio, la forza della luce…

Si parla di un brano che "si cantava da solo" in studio: come sei riuscita a trasformare i tuoi "loop mentali" in questa esplosione di energia indie pop? 
È stato tutto molto naturale e spontaneo, perché era semplicemente arrivato il momento. In studio, quei miei “loop mentali”, quelle riflessioni e quei pensieri che giravano in testa, si sono trasformati in musica senza sforzo: come se la canzone appunto si cantasse da sola. È stato il momento di risplendere, di ritrovare il proprio interruttore interiore e premere ON: da lì è nata quell’esplosione di energia indie pop che oggi caratterizza il brano. Tutto è venuto dal cuore, senza forzature, seguendo solo l’istinto e le emozioni del momento.

Tre dischi che non possono mancare nella tua valigia? 
Non ci sarebbe una valigia abbastanza grande per contenere tutti i dischi che amo, quindi preferisco tenere tutto nel cuore. Ogni album che ho ascoltato ha lasciato un segno, un’emozione o un insegnamento, e sono proprio queste tracce interiori a viaggiare sempre con me, ovunque io vada.

Pensando alle influenze che hanno portato al sound di "Brutte Abitudini" e alla tua crescita artistica, quali sono gli album che ti porti sempre dietro per trovare ispirazione? 
Io cerco sempre di trovare la chiave dentro di me, più che prendere da ciò che ho intorno. L’ispirazione, per come la vivo, nasce dall’analisi interiore, dal confrontarsi con le proprie emozioni e dall’aprirsi alla scoperta di cose nuove, che possono emergere solo sperimentando e chiudendosi in studio a creare. Questo è un po’ il mio processo: più che portarmi dietro album specifici, porto con me la voglia di esplorare, capire e trasformare in musica ciò che sento dentro.


Nuova Vecchia