Cinque brani e una domanda che rimane sullo
sfondo: quanto di ciò che siamo ci appartiene davvero? I tuttotace costruiscono
“Periferie 1” intorno a situazioni apparentemente comuni, dalla paura di
assomigliare ai propri genitori di “Signori” alla semplicità di una cena
preparata per qualcuno. “Forse noi” guarda invece alle trasformazioni di un
rapporto, mentre “S2/Linea” interrompe le parole affidandosi interamente alla
musica. È “Questo Suono” a ricomporre il percorso, portando in primo piano quel
rumore di fondo fatto di convinzioni, abitudini e modelli che spesso
accompagnano le nostre scelte senza che ce ne accorgiamo.
Al centro di “Periferie 1” c’è la scoperta che
molte delle parole, convinzioni e ambizioni che consideriamo nostre arrivano in
realtà dall’esterno. Quando avete iniziato a riflettere su questo tema?
Probabilmente certe pippe mentali ci sono rimaste inculcate
con una certa persistenza dopo gli studi. Non so se è qualcosa su cui si
“inizia” a riflettere, un tema di questo genere è un po’ strutturalmente
presente nella visione del mondo di ciascuno di noi.
Quanto è difficile distinguere ciò che
desideriamo realmente da ciò che abbiamo imparato a desiderare?
Che domanda… si può imparare a desiderare qualcosa? Forse si
pensa sempre che il desiderio sia qualcosa di istintivo e irrazionale, ma non è
così ovvio. Più che imparare a desiderare, crediamo che si venga addestrati, in
modo più o meno esplicito, a desiderare ciò che è più consono e adeguato al contesto
in cui si cresce. Certo, è possibile mettere in dubbio certe convinzioni e in
discussione certi desideri, quando (e se) ci si accorge che vengono
“dall’esterno”. Ma è difficilissimo distinguere desideri “reali” da desideri “appresi”,
proprio perché anche i secondi non sono meno reali degli altri. Saper
distinguere richiede di mettere in discussione la propria cultura, la propria
quotidianità. Comunque, in conclusione, la verità è che non sappiamo come si fa.
Nell’EP questa consapevolezza emerge poco alla
volta, quasi attraverso una serie di indizi. Perché avete preferito
accompagnare l’ascoltatore gradualmente invece di esplicitare subito il tema?
Non è stata una decisione presa a tavolino. Nella “poetica”
dei tuttotace c'è davvero poco di architettato. Attraverso gli “indizi”, tutto
sommato, è proprio il modo in cui piano piano emergono le consapevolezze nelle
nostre vite. Abbiamo lasciato che i brani si ordinassero “da soli” e il
risultato è stato questo. È tutto materiale per i nostri psicoterapeuti.
Parlate di “parole già dette” e “strade già
battute”. La scrittura di una canzone può essere anche un modo per mettere in
discussione ciò che abbiamo assorbito senza accorgercene?
Assolutamente sì, e l'aver concretizzato in un disco gli
ultimi cinque anni delle nostre vite è proprio emblematico di questo fenomeno.
“Periferie 1” è la prima metà di una strada ripercorsa, guardata da più
angolazioni, dall'interno e dall'esterno, ed espressa cercando di darle un
senso.
La vostra risposta non sembra essere la ricerca
ossessiva di qualcosa di completamente nuovo, ma la possibilità di interpretare
diversamente ciò che abbiamo ereditato. Come si traduce questa idea nella
vostra musica?
Probabilmente è più un discorso emotivo che altro. Fare
musica in un certo modo porta a vivere e pensare in un certo modo, che porta a
esplorare certi stili piuttosto che altri ed esprimere un certo insieme di
emozioni. Non abbiamo cercato di tradurre questa idea nella musica,
l’impressione è che sia stato il contrario, un po’ come se la musica ci avesse consegnato
questa idea.
C’è qualcosa che avete scoperto su voi stessi
scrivendo questi cinque brani e che prima non riuscivate ancora a mettere a
fuoco?
Sì e no. Scoprire lati nuovi di sé è spesso anche rendersi
conto che quei lati ci sono sempre stati. Le suggestioni di questi brani vanno
molto in quella direzione.